lunedì 26 settembre 2016

Una Chiesa declericalizzata




(...). Gesù era un laico, non un sacerdote. Non voleva riformare le antiche istituzioni sacre, né crearne di nuove, bensì potenziare i valori della vita partendo dagli esclusi, in una linea di gratuità, fino alle estreme conseguenze. I suoi seguaci credettero in lui e fondarono comunità per preservarne la memoria, sulla base del messaggio del Regno, del perdono e del pane condiviso, creando così diversi ministeri (...) sorti dalla stessa natura laica e messianica del Vangelo.

Successivamente, per esigenze culturali e pressioni ambientali, i cristiani trasformarono questi ministeri in istituzioni patriarcali di tipo gerarchico/clericale. Ma il tempo di questo dominio clericale sta volgendo al termine e dalla radice del Vangelo dovrà sorgere, nelle stesse comunità, un ministero evangelico in una linea non gerarchica. Non si tratta di sopprimere ministeri, ma di dare loro maggiore forza missionaria ed evangelica, per recuperare il messaggio e il cammino del Regno. (…).

AL PRINCIPIO NON ERA COSÌ

(...). Gesù non assunse titoli sacerdotali né rabbinici, ma operò come un comune essere umano (...).
Era stato per un certo tempo discepolo del Battista (…). Ma, dopo l’assassinio di Giovanni, Gesù ebbe la certezza che Dio lo spingesse a proclamare e instaurare il suo Regno (di perdono e concordia universale), cominciando dagli infermi, dagli emarginati e dagli esclusi di Israele (...).

Animato da questa certezza, lasciò il deserto e cominciò a instaurare il Regno di Dio in Galilea, senza titoli né sigilli sacri che lo accreditassero, semplicemente come un israelita cosciente della propria identità e della propria missione. (…). Convinto che Dio fosse il Padre di tutti, promosse un movimento centrato sulla saggezza popolare, sulla cura e sulla comunione tra gli emarginati, che egli risollevò, accompagnò e animò, come destinatari ed eredi del Regno di Dio (cfr Mt 5,3; 11,5; Lc 6,20; 7,22). (…). Aveva la certezza che solo ai margini (fuori dal sistema dominante) si potesse edificare l'opera di Dio, e non certo in un'ottica di potere. Non utilizzò mezzi di reclutamento e di discriminazione classisti (...) propri dei gruppi di potere. Non addestrò un gruppo di combattenti (zeloti), né fondò una compagine di puri (farisei), né optò per un pugno di prescelti in mezzo a una massa di gente perduta. Non fece ricorso al denaro, né alle armi, né coltivò un vivaio di funzionari super competenti.

Non ebbe bisogno di edifici, né di dipendenti, ma proclamò e instaurò il Regno di Dio, senza mediazioni gerarchiche. Parlò con parabole che tutti potevano capire (...) e realizzò gesti che tutti potevano assumere, aprendo canali personali di solidarietà tra esclusi e bisognosi, come guaritore ed esorcista (...) e, soprattutto, come amico dei poveri. Accolse (perdonò) gli esclusi e condivise la mensa con chi veniva da lui, in cerca di salute, di compagnia o di speranza, prendendosi cura in maniera speciale dei bambini, degli infermi e di coloro che venivano espulsi dalla società. (…).

Minacciati dal suo progetto, lo condannarono i sacerdoti di Gerusalemme, dove era andato a presentare la sua proposta, dopo aver trasmesso il suo messaggio e la sua solidarietà, nelle strade e nei paesi della Galilea, a uomini e donne, sani e malati, bambini e adulti. Non si era recato nelle città (Seforis, Tiberiade, Tiro, Gerasa), rifuggendo probabilmente le strutture urbane dominate da un'organizzazione classista, sotto la dominazione di Roma, e volendo diffondere un messaggio universale a partire dalle zone contadine in cui abitavano gli umili e gli esclusi della società (…), in maniera da includere tutti, al di sopra delle leggi di discriminazione sociale o religiosa della cultura dominante.

I primi destinatari del suo progetto erano i poveri, i pubblicani e le prostitute, gli affamati e gli infermi, chi era espulso dal sistema. A questi dedicò la sua vita, da questi volle far partire il suo movimento (...). Ma anche nella società dominante aveva simpatizzanti e amici, ai quali chiese che si lasciassero “curare” dai poveri, ponendosi al servizio della comunione del Regno.

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domenica 25 settembre 2016

Cosa fare, come fare

Decidere insieme per praticare davvero la democrazia

di Jolanda Romano


dall'introduzione
In Italia, sempre più spesso, ci troviamo di fronte all’incapacità dei politici, delle istituzioni e anche di noi cittadini di risolvere i conflitti. Capita quando si verificano conflitti territoriali – come la costruzione di impianti indesiderati o di infrastrutture – o conflitti valoriali – come le discussioni sugli embrioni, sul fine-vita o sui diritti. In questi casi stentiamo a giungere a una soluzione, ci basta schierarci su due fronti opposti, per un sì o per un no. A quel punto l’impasse è inevitabile, l’unico nostro obiettivo è difendere la nostra posizione e attaccare quella contrapposta.

Chiunque di noi può immaginare casi di conflitti irrisolti e, nella gran parte di essi, non farà fatica a ricostruire questa dinamica. Lo stallo non è indolore, perché il non decidere genera comunque delle conseguenze: senso di frustrazione, esasperazione degli animi e delle posizioni, danni economici e costi sommersi.

In Italia le persone che sono interessate da un conflitto irrisolto, o che reclamano un diritto a cui chi governa non riesce a rispondere, sono sempre di più. Si tratta di una moltitudine che vive in uno stato di impotenza e isolamento e che esprime questo disagio con la disillusione e la sfiducia nella democrazia (crescente è il partito degli astensionisti). In alcuni casi, come per l’opposizione alla Tav Torino-Lione, una parte di questa maggioranza esce allo scoperto ed esprime la sua rabbia aderendo a proteste che, pur nascendo come locali, assumono una portata simbolica generale.

Difficile trovare una soluzione condivisa perché i problemi complessi, quando non sono risolti in modo strutturale, finiscono per essere affrontati in modo riduttivo, semplicistico e soprattutto sulla base dell’emergenza.

Gli esempi sono davvero innumerevoli. E tutti indicano chiaramente una cosa: che le soluzioni, volendo invece ascoltare, ci sono o si possono trovare; che è possibile cercare un modo per mettere tutti d’accordo (magari non proprio tutti, ma la maggior parte sì), se si è disposti a concepire progetti radicalmente diversi da quelli inizialmente immaginati. Se il progetto non è calato dall’alto. Ma è proprio questo il punto: spesso non è ciò che vuole il decisore.

La domanda è: noi cittadini siamo disposti a continuare a subire decisioni che vengono prese senza coinvolgerci, a vivere in un progressivo isolamento all’interno di comunità divise e sempre più arroccate, a sopportare l’assenza di una progettualità diffusa, a rinunciare a costruire un futuro non solo ambientalmente, ma anche socialmente sostenibile, per noi e per i nostri figli? Forse no, ma non sappiamo come fare.
Ecco perché ho scritto questo libro. Per dire che esistono dei modi e degli strumenti per opporsi alla dinamica discendente e per risalire insieme la china.


fruibile tramite servizio Mlol

sabato 24 settembre 2016

Decidere insieme


L'anno scorso (2015) sono stato al raduno estivo della Rete Italiana Villaggi Ecologici, che connette molte realtà comunitarie composte perlopiù da individui che vogliono vivere "come piace a loro", associandosi liberamente.

Raduno estivo RIVE 2016

Essendo le persone libere di andarsene, queste realtà hanno il massimo interesse a realizzare una forma sociale dove queste siano "ascoltate" dalla comunità. Inoltre, avendo gli individui che li organizzano l'ambizione di vivere meglio che nella società "esterna" e spesso mezzi limitati si trovano nella condizione di aver la necessità di prendere decisioni intelligenti e sensate. Insomma a dover organizzare delle "mini democrazie"sperimentali su base locale.


Nei quattro giorni che ho passato al raduno si è parlato spesso di metodi per prendere delle decisioni collettive. Sperando di fare cosa gradita, Lascio alcune suggestioni e link partendo da concetti riguardanti gruppi ristretti, fino ad arrivare a organizzazioni più grandi.

Innanzitutto, la base di discussione collettiva è il cerchio di persone, forma che corrisponde ad una perfetta pariteticità e di massima interazione tra tutti gli individui presenti.
Questa tecnica sociale di base sono aggiunti vari elementi, secondo le esigenze.
Una tecnica aggiuntiva e quella del bastone parlante, secondo la quale un oggetto (un bastone, seguendo l'esempio dei nativi) viene fatto circolare nel cerchio, con la regola rigorosa che chi lo tiene in mano può parlare e tutti gli altri ascoltano. Questo serve a evitare gli accavallamenti di conversazioni che avvengono spesso alle riunioni, permettendo nel contempo ad ogni singola persona di esprimere le proprie opinioni.


In alternativa il gruppo può avvalersi della presenza di un facilitatore, ovvero una persona che ha il mandato del gruppo per svolgere particolari funzioni. Regolare la conversazioni, far esprimere quelli che hanno difficoltà, mantenere il focus e permettere lo sviluppo non cruento dei conflitti. Il facilitatore può essere un membro della comunità o un professionista esterno che viene chiamato in caso di criticità.


Tra i metodi decisionali è stato dato risalto al metodo del consenso (ritenuto migliorativo rispetto a quello a maggioranza)


Ho seguito un workshop molto interessante di "democrazia profonda" che parte da diverse sapienze (psicologia junghiana, fisica sistemica, sciamanesimo e taoismo) con l'obiettivo di trasformare il reale.
http://artedelprocesso.com/arte-del-processo/democrazia-profonda/


Come metodo autoorganizzativo, si è accennato alla metodica della sociocrazia per organizzare vasti gruppi di individui. E' un sistema sviluppato in ambito aziendale, che diversi ecovillaggi stanno sperimentando.
http://www.facilitazione.net/tag/sociocrazia/
http://sociocrazia.tumblr.com


Ci tengo infine a sottolineare che le tecniche nominate richiedono sempre una base umana di rispetto, connessione reciproca e voglia di migliorarsi, senza i quali cade la base del vivere comunitario.

P.S. Cito anche il Dragon Dreaming come metodo di coprogettazione collettiva. E' utilizzato nelle transition town.

venerdì 23 settembre 2016

«La vita? Non è solo lavoro»: a Berlino nasce il centro per il rifiuto della carriera

Riporto questo articolo che mi ha ispirato, sia per il tema della decrescita, ma soprattutto perché i protagonisti sono riusciti a trasformare in un malessere in una causa di evoluzione.
Come dicono nei corsi di management: crisi =pericolo/opportunità.

da berlinocacioepepemagazine.com. articolo di Giampaolo Pepe del 21/9/2016


Perché lavoriamo? Produciamo beni e servizi perché ne abbiamo realmente bisogno o solo perché possano tramutarsi in profitto? Ma soprattutto: chi ha stabilito che l’attuale mondo del lavoro debba fondarsi sull’ossessione per la carriera e sulla costante tensione verso l’automiglioramento? Queste e altre domande affollavano la mente di Alix Faßmann quando, circa due anni fa, decise di abbandonare il suo lavoro di giornalista e addetta stampa per la SPD (il partito socialdemocratico tedesco) e di intraprendere un viaggio chiarificatore in Sicilia. Ed è stato lì che ha incontrato Anselm Lenz, autore teatrale presso l’Hamburger Spielhaus (uno dei teatri più prestigiosi di Germania) che, stanco a sua volta di sacrificare amicizie, passioni e tempo libero sull’altare della carriera, si era licenziato ed era partito alla volta dell’Italia. Lenz, affascinato dalle idee dell’allora 33enne Faßmann, la convinse a raccoglierle in un libro: fu così che, nella primavera del 2014, vide la luce Arbeit ist nicht unser Leben: Anleitung zur Karriereverweigerung (Il lavoro non è la nostra vita: guida al rifiuto della carriera). Il libro fu una sorta di manifesto programmatico per Haus Bartleby, think tank che i due fondarono pochi mesi dopo a Berlino intendendolo come un Zentrum für Karriereverweigerung, “centro per il rifiuto della carriera”. Ma, soprattutto, come pensatoio che, pur non disponendo di teorie e modelli per il mondo di domani, ritiene indispensabile elaborare spunti critici verso la società tardocapitalistica e le sue modalità di lavoro.

martedì 2 agosto 2016

Orbit Duel

Un gioco dal concept inedito che ho sviluppato con Alessio, presi dal sacro fuoco della programmazione in python.

Segue descrizione, e questi sono i link per il download:






lunedì 30 maggio 2016

GCView (Demo for GeoCronoView)


GCView allows to show events in a space-time environment, using Z-axis (height) as temporal axis.
In a frame like this it's possible to show any kind of events, i.e. historical ones or recent ones, like the shoot of a photo, but also personal events, like birth and familiar events of specific people.
My idea is to use a frame like this for saving of community memory, linking personal life of people with (pre)historical events that are happened in the same place but in different times.

In this demo, is possible to see some placemarks (representing cities) with photos taken in different places and times, wiht a geographical object, a river, which extends in the spatial and temporal dimensions.
Using historical geological data, we would see the rivers assume fashinating gemetrical folds as it changes its stream bed in time.

Based upon VTK and Python

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[email me to get demo]

venerdì 8 aprile 2016

Le samare dell'olmo

Seguendo il prezioso insegnamento di Pamies (il fondatore della Dulce Revoluciòn) di assaggiare tutto il vegetale e "quello che non ti uccide ti rende più forte" mi sono trovato ad assaggiare un prodotto che la natura offre in abbondanza in questo periodo.

Samare dell'Olmo. Le parti verdi sono commestibili
Trovandolo di gusto gradevole, dolce come l'insalatina fresca, ho fatto una ricerca su internet relativa ai semi dell'olmo, scoprendo che in effetti questi prodotti della natura sono commestibili, tradizionalmente conosciuti in varie regioni d'Italia.
Sono chiamate samare, pane del maggiolino, sparagnapane (il che mi fa pensare che siano molto nutrienti, al punto di permettere di risparmiare il pane). Si possono mangiare così, direttamente dall'albero (per la gioia dei bambini che sanno arrampicarsi) oppure in insalata.

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