domenica 18 giugno 2017

Materia vivente

Durante il dottorato è sorta dentro di me una visione riguardo alle forme viventi.
Si possono considerare le specie viventi come punti in uno spazio multidimensionale delle modalità di configurazione della materia-energia. La scoperta di leggi come queste permette di ridurre la dimensionalità di questo spazio, restringendo l'ambito delle configurazioni ammissibili.




https://futurism.com/videos/everything-in-this-world-is-governed-by-a-single-mathematical-principle/

Da sviluppare...

martedì 13 giugno 2017

Che farai?

Tu nasci, cresci, sei istruita dal tuo popolo.
Ma nessuno può insegnarti l'amore.
L'amore è una forza che un giorno, quando sarai pronta,
scoprirai dentro di te, nel tuo cuore.
Una forza vitale, indomita.
Ma quando la scoprirai, che farai?
Lo manifesterai coraggiosamente o lo seppellirai?
Da quel che ne farai mostrerai chi tu sei veramente.




mercoledì 10 maggio 2017

Fiducia in se stessi di R.W. Emerson

da www.gianfrancobertagni.it


Ne te quaesiveris extra (1)


L'uomo è la propria stella; e l'anima che può foggiare un onesto e perfetto uomo comanda ogni luce, ogni influsso, ogni fato; nulla per lui accade o presto o troppo tardi. I nostri atti sono i nostri angeli, buoni o cattivi, le fatali ombre che ci camminano accanto in silenzio.
Fletcher e Beaumont, La fortuna dell'uomo onesto. Epilogo.


Getta il marmocchio sulle rocce, allattalo al capezzolo della lupa, allevalo col falco e con la volpe, vigore e speditezza siano mani e piedi per lui.


Leggevo, l'altro giorno, alcuni versi scritti da un eminente pittore, versi originali e non convenzionali. L'anima sempre avverte come un ammonimento in versi del genere, quale che ne sia l'argomento. Il sentimento che instillano vale più di ogni pensiero che essi possano contenere. Credere nel proprio pensiero, credere che ciò che è vero per voi, personalmente per voi, sia anche vero per tutti gli uomini, ecco, è questo il genio. Date voce alla convinzione latente in voi, ed essa prenderà significato universale; giacché ciò che è interno diventerà esterno, a tempo debito, e il primo nostro pensiero ci sarà restituito dalle trombe del Giudizio Finale. Familiare com'è una tale voce a ciascuno di noi, il merito maggiore che noi attribuiamo a Mosè, a Platone e a Milton è che essi non tennero in nessun conto libri e tradizioni, ed espressero non ciò che gli altri uomini pensavano, ma ciò che essi pensavano. Ognuno dovrebbe imparare a scoprire e a tener d'occhio quel barlume di luce che gli guizza dentro la mente più che lo scintillio del firmamento dei bardi e dei sapienti. E invece ognuno dismette, senza dargli importanza, il suo pensiero, proprio perché è il suo. E intanto, in ogni opera di genio riconosciamo i nostri propri pensieri rigettati; ritornano a noi ammantati di una maestà che altri hanno saputo dar loro. Grandi opere d'arte non ci offrono una lezione che sia per noi più significativa. Esse ci insegnano ad affidarci alle nostre impressioni genuine con serena inflessibilità soprattutto allorché l'intero clamore di voci è dalla parte opposta. Anzi, potrebbe essere un estraneo, domani, a dirci precisamente, con magistrale buon senso, quello che noi abbiamo nel frattempo pensato e avvertito, e noi saremo costretti, con vergogna, a ricevere da un altro quella che era la nostra propria opinione.
Arriva un tempo, nell'educazione di ciascun uomo, in cui egli si convince che la competizione è ignoranza; che l'imitazione è suicidio; che deve saper accettare se stesso per il meglio e per il peggio, come parte sua; che per quanto il grande universo sia buono e generoso, nemmeno un chicco di nutriente grano può arrivare à lui se non attraverso la fatica prodigata su quel pezzo di terra che gli è stato dato da dissodare. Il potere che è in lui è qualcosa di nuovo in natura, e nessuno, eccetto lui stesso, può sapere che cosa sia quello che egli può fare, né può mai saperlo finché non ha provato. Non per nulla una faccia, un carattere, un fatto possono maggiormente colpirlo, e un altro lasciarlo indifferente. Né è senza una prestabilita armonia che vi sia, per così dire, questa scultura nella memoria. L'occhio fu collocato là dove un raggio sarebbe caduto, di modo che potesse testimoniare di quel particolare raggio. Noi esprimiamo noi stessi soltanto a metà e quasi ci imbarazza quell'idea divina che ciascuno di noi rappresenta. Si può, certo, senz'altro ritenere che essa sia qualcosa di buono, di equanime e di giusti esiti, per cui a buon diritto se ne dovrebbe parlare; ma Dio non vuole che siano dei codardi a rendere manifesta la sua opera. Un uomo si sente sollevato e lieto quando ha riposto tutto se stesso nella propria opera e ha fatto del suo meglio; ma ciò che ha detto o fatto in diversa maniera non gli darà pace. È una liberazione che non libera. Nei tentativi, il suo genio l'abbandona; nessuna musa lo soccorre; non ha più inventività, non ha speranze.
Confida in te stesso: ogni cuore vibra a una tale corda di ferro. Accetta il posto che il divino provvedere ha trovato per te, la società dei tuoi contemporanei, la connessione degli eventi. Gli uomini grandi sempre fecero così, e affidarono se stessi fanciullescamente al genio della loro età, testimoniando la loro percezione che l'assolutamente affidabile aveva preso posto nei loro cuori, operando attraverso le loro mani, prendendo possesso di tutto il loro essere. E siamo ora anche noi uomini, e dobbiamo accogliere con la più alta convinzione il nostro trascendente destino; e non come minorenni e invalidi riparati in un cantuccio, non come codardi in fuga davanti a una rivoluzione, ma come guide, redentori e benefattori obbedienti allo sforzo Onnipotente e avanzanti sul Caos e le Tenebre. (2)
Quali graziosi oracoli ci offre la natura, a tale riguardo, nel viso e nel comportamento di fanciulli, di infanti e perfino di animali! Essi non hanno mai quell'umore d'incertezza e renitenza, quella sfiducia che s'impossessa di noi solo perché la nostra aritmetica ha calcolato le forze e i mezzi che si oppongono a un nostro proposito. Essendo dunque integra la loro mente, il loro occhio è ancora indomato, e noi guardando i loro volti restiamo confusi e perplessi. L'infanzia non si conforma a nessuno; tutto si conforma ad essa, tanto che un bambino riesce di solito a tener testa a quattro o cinque degli adulti che chiacchierano e scherzano con lui. Così Dio ha dotato la giovinezza e la pubertà, nonché l'età matura, di un loro proprio sapore e fascino, rendendo ciascuna età desiderabile e amabile con le sue particolari istanze, nella misura in cui ognuna se ne starà per proprio conto. Non crediate che il giovane non abbia una sua forza solo perché non è in grado di parlare con voi e con me. Uditelo! Nella stanza accanto la sua voce è abbastanza chiara ed eloquente. Sembra che sappia bene come parlare ai suoi coetanei. Timido o ardito, saprà sempre come rendere noi più anziani assolutamente non indispensabili.

lunedì 26 settembre 2016

Una Chiesa declericalizzata




(...). Gesù era un laico, non un sacerdote. Non voleva riformare le antiche istituzioni sacre, né crearne di nuove, bensì potenziare i valori della vita partendo dagli esclusi, in una linea di gratuità, fino alle estreme conseguenze. I suoi seguaci credettero in lui e fondarono comunità per preservarne la memoria, sulla base del messaggio del Regno, del perdono e del pane condiviso, creando così diversi ministeri (...) sorti dalla stessa natura laica e messianica del Vangelo.

Successivamente, per esigenze culturali e pressioni ambientali, i cristiani trasformarono questi ministeri in istituzioni patriarcali di tipo gerarchico/clericale. Ma il tempo di questo dominio clericale sta volgendo al termine e dalla radice del Vangelo dovrà sorgere, nelle stesse comunità, un ministero evangelico in una linea non gerarchica. Non si tratta di sopprimere ministeri, ma di dare loro maggiore forza missionaria ed evangelica, per recuperare il messaggio e il cammino del Regno. (…).

AL PRINCIPIO NON ERA COSÌ

(...). Gesù non assunse titoli sacerdotali né rabbinici, ma operò come un comune essere umano (...).
Era stato per un certo tempo discepolo del Battista (…). Ma, dopo l’assassinio di Giovanni, Gesù ebbe la certezza che Dio lo spingesse a proclamare e instaurare il suo Regno (di perdono e concordia universale), cominciando dagli infermi, dagli emarginati e dagli esclusi di Israele (...).

Animato da questa certezza, lasciò il deserto e cominciò a instaurare il Regno di Dio in Galilea, senza titoli né sigilli sacri che lo accreditassero, semplicemente come un israelita cosciente della propria identità e della propria missione. (…). Convinto che Dio fosse il Padre di tutti, promosse un movimento centrato sulla saggezza popolare, sulla cura e sulla comunione tra gli emarginati, che egli risollevò, accompagnò e animò, come destinatari ed eredi del Regno di Dio (cfr Mt 5,3; 11,5; Lc 6,20; 7,22). (…). Aveva la certezza che solo ai margini (fuori dal sistema dominante) si potesse edificare l'opera di Dio, e non certo in un'ottica di potere. Non utilizzò mezzi di reclutamento e di discriminazione classisti (...) propri dei gruppi di potere. Non addestrò un gruppo di combattenti (zeloti), né fondò una compagine di puri (farisei), né optò per un pugno di prescelti in mezzo a una massa di gente perduta. Non fece ricorso al denaro, né alle armi, né coltivò un vivaio di funzionari super competenti.

Non ebbe bisogno di edifici, né di dipendenti, ma proclamò e instaurò il Regno di Dio, senza mediazioni gerarchiche. Parlò con parabole che tutti potevano capire (...) e realizzò gesti che tutti potevano assumere, aprendo canali personali di solidarietà tra esclusi e bisognosi, come guaritore ed esorcista (...) e, soprattutto, come amico dei poveri. Accolse (perdonò) gli esclusi e condivise la mensa con chi veniva da lui, in cerca di salute, di compagnia o di speranza, prendendosi cura in maniera speciale dei bambini, degli infermi e di coloro che venivano espulsi dalla società. (…).

Minacciati dal suo progetto, lo condannarono i sacerdoti di Gerusalemme, dove era andato a presentare la sua proposta, dopo aver trasmesso il suo messaggio e la sua solidarietà, nelle strade e nei paesi della Galilea, a uomini e donne, sani e malati, bambini e adulti. Non si era recato nelle città (Seforis, Tiberiade, Tiro, Gerasa), rifuggendo probabilmente le strutture urbane dominate da un'organizzazione classista, sotto la dominazione di Roma, e volendo diffondere un messaggio universale a partire dalle zone contadine in cui abitavano gli umili e gli esclusi della società (…), in maniera da includere tutti, al di sopra delle leggi di discriminazione sociale o religiosa della cultura dominante.

I primi destinatari del suo progetto erano i poveri, i pubblicani e le prostitute, gli affamati e gli infermi, chi era espulso dal sistema. A questi dedicò la sua vita, da questi volle far partire il suo movimento (...). Ma anche nella società dominante aveva simpatizzanti e amici, ai quali chiese che si lasciassero “curare” dai poveri, ponendosi al servizio della comunione del Regno.

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domenica 25 settembre 2016

Cosa fare, come fare

Decidere insieme per praticare davvero la democrazia

di Jolanda Romano


dall'introduzione
In Italia, sempre più spesso, ci troviamo di fronte all’incapacità dei politici, delle istituzioni e anche di noi cittadini di risolvere i conflitti. Capita quando si verificano conflitti territoriali – come la costruzione di impianti indesiderati o di infrastrutture – o conflitti valoriali – come le discussioni sugli embrioni, sul fine-vita o sui diritti. In questi casi stentiamo a giungere a una soluzione, ci basta schierarci su due fronti opposti, per un sì o per un no. A quel punto l’impasse è inevitabile, l’unico nostro obiettivo è difendere la nostra posizione e attaccare quella contrapposta.

Chiunque di noi può immaginare casi di conflitti irrisolti e, nella gran parte di essi, non farà fatica a ricostruire questa dinamica. Lo stallo non è indolore, perché il non decidere genera comunque delle conseguenze: senso di frustrazione, esasperazione degli animi e delle posizioni, danni economici e costi sommersi.

In Italia le persone che sono interessate da un conflitto irrisolto, o che reclamano un diritto a cui chi governa non riesce a rispondere, sono sempre di più. Si tratta di una moltitudine che vive in uno stato di impotenza e isolamento e che esprime questo disagio con la disillusione e la sfiducia nella democrazia (crescente è il partito degli astensionisti). In alcuni casi, come per l’opposizione alla Tav Torino-Lione, una parte di questa maggioranza esce allo scoperto ed esprime la sua rabbia aderendo a proteste che, pur nascendo come locali, assumono una portata simbolica generale.

Difficile trovare una soluzione condivisa perché i problemi complessi, quando non sono risolti in modo strutturale, finiscono per essere affrontati in modo riduttivo, semplicistico e soprattutto sulla base dell’emergenza.

Gli esempi sono davvero innumerevoli. E tutti indicano chiaramente una cosa: che le soluzioni, volendo invece ascoltare, ci sono o si possono trovare; che è possibile cercare un modo per mettere tutti d’accordo (magari non proprio tutti, ma la maggior parte sì), se si è disposti a concepire progetti radicalmente diversi da quelli inizialmente immaginati. Se il progetto non è calato dall’alto. Ma è proprio questo il punto: spesso non è ciò che vuole il decisore.

La domanda è: noi cittadini siamo disposti a continuare a subire decisioni che vengono prese senza coinvolgerci, a vivere in un progressivo isolamento all’interno di comunità divise e sempre più arroccate, a sopportare l’assenza di una progettualità diffusa, a rinunciare a costruire un futuro non solo ambientalmente, ma anche socialmente sostenibile, per noi e per i nostri figli? Forse no, ma non sappiamo come fare.
Ecco perché ho scritto questo libro. Per dire che esistono dei modi e degli strumenti per opporsi alla dinamica discendente e per risalire insieme la china.


fruibile tramite servizio Mlol

sabato 24 settembre 2016

Decidere insieme


L'anno scorso (2015) sono stato al raduno estivo della Rete Italiana Villaggi Ecologici, che connette molte realtà comunitarie composte perlopiù da individui che vogliono vivere "come piace a loro", associandosi liberamente.

Raduno estivo RIVE 2016

Essendo le persone libere di andarsene, queste realtà hanno il massimo interesse a realizzare una forma sociale dove queste siano "ascoltate" dalla comunità. Inoltre, avendo gli individui che li organizzano l'ambizione di vivere meglio che nella società "esterna" e spesso mezzi limitati si trovano nella condizione di aver la necessità di prendere decisioni intelligenti e sensate. Insomma a dover organizzare delle "mini democrazie"sperimentali su base locale.


Nei quattro giorni che ho passato al raduno si è parlato spesso di metodi per prendere delle decisioni collettive. Sperando di fare cosa gradita, Lascio alcune suggestioni e link partendo da concetti riguardanti gruppi ristretti, fino ad arrivare a organizzazioni più grandi.

Innanzitutto, la base di discussione collettiva è il cerchio di persone, forma che corrisponde ad una perfetta pariteticità e di massima interazione tra tutti gli individui presenti.
Questa tecnica sociale di base sono aggiunti vari elementi, secondo le esigenze.
Una tecnica aggiuntiva e quella del bastone parlante, secondo la quale un oggetto (un bastone, seguendo l'esempio dei nativi) viene fatto circolare nel cerchio, con la regola rigorosa che chi lo tiene in mano può parlare e tutti gli altri ascoltano. Questo serve a evitare gli accavallamenti di conversazioni che avvengono spesso alle riunioni, permettendo nel contempo ad ogni singola persona di esprimere le proprie opinioni.


In alternativa il gruppo può avvalersi della presenza di un facilitatore, ovvero una persona che ha il mandato del gruppo per svolgere particolari funzioni. Regolare la conversazioni, far esprimere quelli che hanno difficoltà, mantenere il focus e permettere lo sviluppo non cruento dei conflitti. Il facilitatore può essere un membro della comunità o un professionista esterno che viene chiamato in caso di criticità.


Tra i metodi decisionali è stato dato risalto al metodo del consenso (ritenuto migliorativo rispetto a quello a maggioranza)


Ho seguito un workshop molto interessante di "democrazia profonda" che parte da diverse sapienze (psicologia junghiana, fisica sistemica, sciamanesimo e taoismo) con l'obiettivo di trasformare il reale.
http://artedelprocesso.com/arte-del-processo/democrazia-profonda/


Come metodo autoorganizzativo, si è accennato alla metodica della sociocrazia per organizzare vasti gruppi di individui. E' un sistema sviluppato in ambito aziendale, che diversi ecovillaggi stanno sperimentando.
http://www.facilitazione.net/tag/sociocrazia/
http://sociocrazia.tumblr.com


Ci tengo infine a sottolineare che le tecniche nominate richiedono sempre una base umana di rispetto, connessione reciproca e voglia di migliorarsi, senza i quali cade la base del vivere comunitario.

P.S. Cito anche il Dragon Dreaming come metodo di coprogettazione collettiva. E' utilizzato nelle transition town.

venerdì 23 settembre 2016

«La vita? Non è solo lavoro»: a Berlino nasce il centro per il rifiuto della carriera

Riporto questo articolo che mi ha ispirato, sia per il tema della decrescita, ma soprattutto perché i protagonisti sono riusciti a trasformare in un malessere in una causa di evoluzione.
Come dicono nei corsi di management: crisi =pericolo/opportunità.

da berlinocacioepepemagazine.com. articolo di Giampaolo Pepe del 21/9/2016


Perché lavoriamo? Produciamo beni e servizi perché ne abbiamo realmente bisogno o solo perché possano tramutarsi in profitto? Ma soprattutto: chi ha stabilito che l’attuale mondo del lavoro debba fondarsi sull’ossessione per la carriera e sulla costante tensione verso l’automiglioramento? Queste e altre domande affollavano la mente di Alix Faßmann quando, circa due anni fa, decise di abbandonare il suo lavoro di giornalista e addetta stampa per la SPD (il partito socialdemocratico tedesco) e di intraprendere un viaggio chiarificatore in Sicilia. Ed è stato lì che ha incontrato Anselm Lenz, autore teatrale presso l’Hamburger Spielhaus (uno dei teatri più prestigiosi di Germania) che, stanco a sua volta di sacrificare amicizie, passioni e tempo libero sull’altare della carriera, si era licenziato ed era partito alla volta dell’Italia. Lenz, affascinato dalle idee dell’allora 33enne Faßmann, la convinse a raccoglierle in un libro: fu così che, nella primavera del 2014, vide la luce Arbeit ist nicht unser Leben: Anleitung zur Karriereverweigerung (Il lavoro non è la nostra vita: guida al rifiuto della carriera). Il libro fu una sorta di manifesto programmatico per Haus Bartleby, think tank che i due fondarono pochi mesi dopo a Berlino intendendolo come un Zentrum für Karriereverweigerung, “centro per il rifiuto della carriera”. Ma, soprattutto, come pensatoio che, pur non disponendo di teorie e modelli per il mondo di domani, ritiene indispensabile elaborare spunti critici verso la società tardocapitalistica e le sue modalità di lavoro.

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