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lunedì 23 marzo 2020

Unità di scienza e fede: 3 diagrammi

Un mio incontro del mese scorso, proprio un attimo prima che il coronavirus bloccasse tutto!
E' stato difficile da preparare, ma una grande soddisfazione.

I temi sono talmente tanti che voglio riproporlo in versione espansa (2 o 3 serate). In più gli interventi dei convenuti, mi hanno aiutato a focalizzare certe questioni da inserire (es. sul rapporto tra il Dio dei mistici e quelLo delle religioni).

Qui le diapositive, più sotto il link al sito dove c'è anche la registrazione della conferenza (purtroppo l'audio è "approssimativo") e i riferimenti bibliografici.


Mandatemi un mess per domande o osservazioni!






mercoledì 17 gennaio 2018

Bitcoin, vangelo e prosperità

Premessa: questo articolo non vuole parlare di moralità, ma di sovranità. Non voglio cioè sia preso come moralista, ma come richiamo alla capacità personale di produrre responsabilmente il nostro destino.


Una discussione su facebook, riguardo ai Bitcoin e alle banche, mi ha permesso di dar voce a una serie di considerazioni che ho maturato nel corso degli anni.

Praticamente, l'amico riportava questo passaggio tratto da un articolo de Il Sole 24 Ore
La criptovaluta ha la funzione di unità di conto? «A mio parere no - risponde Ferdinando Ametrano, docente Bitcoin e Blockchain Tecnologies all'Università Bicocca di Milano -. L’offerta finale del numero di Bitcoin è definita. Una condizione che, nei fatti, lo rende volatile. Variabile nel suo valore con il mutare della domanda». In un simile contesto «la criptovaluta non può considerarsi unità di conto perché è come un metro che, con il passare del tempo, si allunga o si accorcia». Di conseguenza non è un buono strumento da usarsi nella contabilizzazione.
E le mie (forse troppo veementi) risposte sono state:

Le banche classiche hanno tutto da perdere dallo svilupparsi di queste monete alternative. Per questo le snobbano, salvo poi comprarle se pensano che avranno un futuro.
La struttura peggiore presente nel mondo è quella della finanza, che governa gli stati e gli eserciti... ogni tentativo di creare realtà che la superino è meritorio.

Ancora:
Luca Fantacci, docente di storia economica all'Università Bocconi - spiega...
Le discussioni sulla definizione di moneta alle quali avevo assistito al tempo del gruppo spontaneo di Cittadini oltre la Crisi, mi aveva lasciato con l'amaro in bocca. Comuni cittadini che stavano a dibattere sulla definizione di moneta, citando quel o quell'altro teorico, senza approdare a nulla. Sembrava di assistere a una discussione di medici ottocenteschi sul ruolo delle influenze astrali negli umori umani... insomma un dibattito tra sordi su argomenti del tutto teorici o infondati.
I Banchieri, partendo da arbitrarie definizioni, si prendono giustamente il diritto di dire agli ignoranti cosa è e cosa non è una moneta. Questo serve non tanto a raggiungere una verità di qualche tipo, quanto a manipolare i poveracci, e facendogli dimenticare un fatto ovvio, se uno si toglie i paraocchi.


Il fatto di cui parlo è che una moneta è quella cosa che il popolo usa come una moneta. Possono essere (storicamente) i semi di cacao, le conchiglie, l'oro, le monete o la carta timbrata, o i bit. Se la massa umana, i lavoratori, crede che una cosa sia una moneta, abbia valore, e la usa come moneta, quella cosa "diventa" una moneta, perché noi, collettivamente, proiettiamo il valore su questa o quella situazione.
Non a caso, gli indiani americani, vedendo gli invasori occidentali che si scannavano per l'oro, chiamavano questo minerale: "Il metallo giallo che fa impazzire l'uomo bianco". Questa definizione può essere fatta da chi si sente esterno a questo sistema di potere. Ma se ci sono degli esterni, significa che il vincolo non è reale, è illusorio, anche se si tratta di un'illusione condivisa da molti. Riconoscere la natura illusoria del potere del denaro è il primo passo per poter avvalerci di certe libertà nei suoi confronti.

lunedì 23 ottobre 2017

Cristianesimo e sovranità di Comunità

Un essere umano, uomo o donna che sia, deve obbedienza a qualcuno? E se si, a chi? Alcuni risponderebbero alla Chiesa, allo stato, ai schéi (alle esigenze economiche), al proprio marito, al proprio capo, a sé stessi... non è facile rispondere a queste domande. Il cristianesimo ha qualcosa da dire in proposito?
Per accennare una risposta partiamo da lontano...

L'idea che mi sono fatto è che lo spirito cristiano, pur avendo nutrito una civiltà millenaria, non si è ancora espresso completamente a livello umano, in quanto imbrigliato nei sistemi patriarcali e di dominio.
E proprio per questo, innumerevoli voci si sono levate nei secoli per condannare la chiesa cattolica di ipocrisia e tradimento dei valori che essa stessa predica.

La lotta tra cristiani liberi e gerarchie (religiose o statali), che apparentemente è stata vinta da queste ultime ha sortito l'effetto di elevare da terra (tramite roghi o croci, massacri e scomuniche) quelle figure che sono morte o sono state perseguitate a causa dei loro ideali (non a caso accostabili alla figura del Cristo crocifisso dal potere, tanto cara ai cattolici). Citiamo come esemplari Margherita Porete*, le comunità catare, Leone Tolstoj.
In tempi recenti ci sono stati altri uomini interni alla chiesa cattolica che, pur non essendo stati uccisi violentemente, sono stati perseguitati dalle gerarchie, proprio a causa delle loro idee cristiane: Pierre Teilhard de Chardin, Lorenzo Milani, don Zeno Saltini**. Le loro idee andrebbero attentamente studiate, se non altro perché avendo dato tanto fastidio da meritare di essere avversate dal potere costituito, probabilmente sono quelle utili al cambiamento delle strutture patriarcali tuttora in piedi. Non è un caso se Pierre Teilhard de Chardin e Lorenzo Milani, una volta deceduti, sono stati riabilitati e, edulcorati dei tratti più spigolosi, stanno "facendo scuola".

mercoledì 19 luglio 2017

La scienza dell'Uno

[articolo da rivedere]

La scrivania di una persona creativa è spesso in disordine, e il motivo razionale è che, se mentre si sta cercando un documento, se ne trova invece un altro inaspettato che scatena un'associazione proficua, ci si trova per le mani una nuova idea. Ho chiamato questa proprietà "Il magico potere del disordine".

Grazie a questa modalità caotica, in questi giorni ho scoperto, una coincidenza interessante, non tramite una scrivania disordinata (cosa che il mio tavolo in effetti è) ma nella lettura disordinata e compulsiva di articoli.
Avevo iniziato a leggere Il Fenomeno Umano di Theillard de Chardin, perché colpito da un post su facebook che ne riportava l'introduzione:
“Per essere correttamente inteso, il libro che qui presento, chiede di essere letto non come un’opera metafisica, né tanto meno come una specie di saggio teologico, ma soltanto e unicamente come un esposto scientifico. La stessa scelta del titolo lo precisa. Nient’altro che il Fenomeno: ma anche tutto il Fenomeno. [...]
È impossibile tentare un’interpretazione scientifica generale dell’Universo, senza aver l’aria di volerlo spiegare fino in fondo. Ma provate solo a osservare queste opere più da vicino: vedrete, ogni volta, che questa Iperfisica, non è ancora, del lutto, una Metafisica.
In ogni sforzo di questo genere, per descrivere scientificamente il Tutto, è naturale che si manifesti, con un massimo d’ampiezza, l’influenza di alcuni presupposti iniziali, dai quali dipende tutta la struttura del sistema che precede. Nel caso particolare del saggio qui presentato, due opzioni primordiali - tengo a precisarlo - si aggiungono, una all’altra, per sostenere e dominare tutti gli sviluppi:
  • la prima, è il primato accordato alla psiche e al pensiero nel Tessuto dell’Universo; 
  • la seconda, è il valore biologico attribuito al Fatto Sociale intorno a noi.
Preminente significato dell’Uomo nella Natura, e natura organica dell’Umanità: due ipotesi che possiamo cercare di rifiutare in partenza; ma non vedo, senza di esse, come si possa dare una rappresentazione coerente e totale del Fenomeno Umano”.

mercoledì 10 maggio 2017

Fiducia in se stessi di R.W. Emerson

da www.gianfrancobertagni.it


Ne te quaesiveris extra (1)


L'uomo è la propria stella; e l'anima che può foggiare un onesto e perfetto uomo comanda ogni luce, ogni influsso, ogni fato; nulla per lui accade o presto o troppo tardi. I nostri atti sono i nostri angeli, buoni o cattivi, le fatali ombre che ci camminano accanto in silenzio.
Fletcher e Beaumont, La fortuna dell'uomo onesto. Epilogo.


Getta il marmocchio sulle rocce, allattalo al capezzolo della lupa, allevalo col falco e con la volpe, vigore e speditezza siano mani e piedi per lui.


Leggevo, l'altro giorno, alcuni versi scritti da un eminente pittore, versi originali e non convenzionali. L'anima sempre avverte come un ammonimento in versi del genere, quale che ne sia l'argomento. Il sentimento che instillano vale più di ogni pensiero che essi possano contenere. Credere nel proprio pensiero, credere che ciò che è vero per voi, personalmente per voi, sia anche vero per tutti gli uomini, ecco, è questo il genio. Date voce alla convinzione latente in voi, ed essa prenderà significato universale; giacché ciò che è interno diventerà esterno, a tempo debito, e il primo nostro pensiero ci sarà restituito dalle trombe del Giudizio Finale. Familiare com'è una tale voce a ciascuno di noi, il merito maggiore che noi attribuiamo a Mosè, a Platone e a Milton è che essi non tennero in nessun conto libri e tradizioni, ed espressero non ciò che gli altri uomini pensavano, ma ciò che essi pensavano. Ognuno dovrebbe imparare a scoprire e a tener d'occhio quel barlume di luce che gli guizza dentro la mente più che lo scintillio del firmamento dei bardi e dei sapienti. E invece ognuno dismette, senza dargli importanza, il suo pensiero, proprio perché è il suo. E intanto, in ogni opera di genio riconosciamo i nostri propri pensieri rigettati; ritornano a noi ammantati di una maestà che altri hanno saputo dar loro. Grandi opere d'arte non ci offrono una lezione che sia per noi più significativa. Esse ci insegnano ad affidarci alle nostre impressioni genuine con serena inflessibilità soprattutto allorché l'intero clamore di voci è dalla parte opposta. Anzi, potrebbe essere un estraneo, domani, a dirci precisamente, con magistrale buon senso, quello che noi abbiamo nel frattempo pensato e avvertito, e noi saremo costretti, con vergogna, a ricevere da un altro quella che era la nostra propria opinione.
Arriva un tempo, nell'educazione di ciascun uomo, in cui egli si convince che la competizione è ignoranza; che l'imitazione è suicidio; che deve saper accettare se stesso per il meglio e per il peggio, come parte sua; che per quanto il grande universo sia buono e generoso, nemmeno un chicco di nutriente grano può arrivare à lui se non attraverso la fatica prodigata su quel pezzo di terra che gli è stato dato da dissodare. Il potere che è in lui è qualcosa di nuovo in natura, e nessuno, eccetto lui stesso, può sapere che cosa sia quello che egli può fare, né può mai saperlo finché non ha provato. Non per nulla una faccia, un carattere, un fatto possono maggiormente colpirlo, e un altro lasciarlo indifferente. Né è senza una prestabilita armonia che vi sia, per così dire, questa scultura nella memoria. L'occhio fu collocato là dove un raggio sarebbe caduto, di modo che potesse testimoniare di quel particolare raggio. Noi esprimiamo noi stessi soltanto a metà e quasi ci imbarazza quell'idea divina che ciascuno di noi rappresenta. Si può, certo, senz'altro ritenere che essa sia qualcosa di buono, di equanime e di giusti esiti, per cui a buon diritto se ne dovrebbe parlare; ma Dio non vuole che siano dei codardi a rendere manifesta la sua opera. Un uomo si sente sollevato e lieto quando ha riposto tutto se stesso nella propria opera e ha fatto del suo meglio; ma ciò che ha detto o fatto in diversa maniera non gli darà pace. È una liberazione che non libera. Nei tentativi, il suo genio l'abbandona; nessuna musa lo soccorre; non ha più inventività, non ha speranze.
Confida in te stesso: ogni cuore vibra a una tale corda di ferro. Accetta il posto che il divino provvedere ha trovato per te, la società dei tuoi contemporanei, la connessione degli eventi. Gli uomini grandi sempre fecero così, e affidarono se stessi fanciullescamente al genio della loro età, testimoniando la loro percezione che l'assolutamente affidabile aveva preso posto nei loro cuori, operando attraverso le loro mani, prendendo possesso di tutto il loro essere. E siamo ora anche noi uomini, e dobbiamo accogliere con la più alta convinzione il nostro trascendente destino; e non come minorenni e invalidi riparati in un cantuccio, non come codardi in fuga davanti a una rivoluzione, ma come guide, redentori e benefattori obbedienti allo sforzo Onnipotente e avanzanti sul Caos e le Tenebre. (2)
Quali graziosi oracoli ci offre la natura, a tale riguardo, nel viso e nel comportamento di fanciulli, di infanti e perfino di animali! Essi non hanno mai quell'umore d'incertezza e renitenza, quella sfiducia che s'impossessa di noi solo perché la nostra aritmetica ha calcolato le forze e i mezzi che si oppongono a un nostro proposito. Essendo dunque integra la loro mente, il loro occhio è ancora indomato, e noi guardando i loro volti restiamo confusi e perplessi. L'infanzia non si conforma a nessuno; tutto si conforma ad essa, tanto che un bambino riesce di solito a tener testa a quattro o cinque degli adulti che chiacchierano e scherzano con lui. Così Dio ha dotato la giovinezza e la pubertà, nonché l'età matura, di un loro proprio sapore e fascino, rendendo ciascuna età desiderabile e amabile con le sue particolari istanze, nella misura in cui ognuna se ne starà per proprio conto. Non crediate che il giovane non abbia una sua forza solo perché non è in grado di parlare con voi e con me. Uditelo! Nella stanza accanto la sua voce è abbastanza chiara ed eloquente. Sembra che sappia bene come parlare ai suoi coetanei. Timido o ardito, saprà sempre come rendere noi più anziani assolutamente non indispensabili.

sabato 27 settembre 2014

Leggenda dell'origine del libro Tao Te Ching sul cammino di Lao Tzu verso l'esilio

Dal Diario di Gianfranco Bertagni www.facebook.com/gianfranco.in.quiete

Leggenda dell'origine del libro Tao Te Ching sul cammino di Lao Tzu verso l'esilio 

(Bertolt Brecht)

Un vecchio cavalca un bue, accompagnato da un ragazzo, su per montagne scoscese e deserte. Portano con sé poche provviste e qualche coperta. Si lasciano alla spalle un regno con una cultura raffinata, una città popolosa e campagne fertili e vanno verso occidente, verso steppe abitate solo da tribù di barbari. In cima al monte c'è un passo, l'ultimo confine del regno. Seduto all'ombra di un pino, un unico soldato sta a guardia del passo. È un povero militare, l'uniforme logora, i piedi nudi. Fedele alla consegna, ferma i viaggiatori, chiedendo la loro identità e la meta del loro viaggio. Ma meta questi due non ne hanno. E chi è questo vecchio che sembra di nobile lignaggio e in tarda età si avventura in un viaggio tanto faticoso? Il vecchio, dice il ragazzo, "insegnava". "E cosa insegnava?" chiede il soldato. "Oh," dice il ragazzo, "strane cose. Parlava dell'acqua che, pur essendo la sostanza più morbida, erode le rocce più dure. Insegnava che il morbido e il flessibile sono in grado di sopraffare il duro e il rigido."Il ragazzo tira la cavezza del bue. È ansioso di ripartire, perché si sta facendo sera e i due viaggiatori hanno ancora un buon tratto di cammino da fare. Ma il soldato ora è incuriosito. " Cos'è questa faccenda dell'acqua?"
Il vecchio lo guarda tra le palpebre socchiuse: "Vuoi sapere?" "Io conto ben poco," dice il soldato, "ma questa idea che il morbido e il flessibile vincono il duro e il rigido mi sembra importante. Perché non vi fermate qui questa notte e ne parliamo un poco? La mia capanna è modesta, ma si sta bene al riparo dal vento e accanto al fuoco."
La curiosità è sincera e il consiglio sensato. Non si rifiuta un insegnamento a chi lo 
chiede in maniera tanto cortese. E al bue non dispiacerà il riposo e l'erba fresca del monte. Il vecchio a fatica smonta dalla sua cavalcatura.
Restano con il soldato quella notte e un'altra e un'altra ancora. Il soldato ha chiesto al vecchio di lasciargli qualcosa di scritto di queste strane cose che insegna e il vecchio ha acconsentito. Non lo aveva mai fatto, nei lunghi anni trascorsi nella capitale. Ma ora, di fronte alla richiesta di quest'uomo semplice, che appena sa leggere, stranamente, senza neppure pensarci, ha dettò sì. Perciò, seduto sotto il pino, trascorre le giornate scrivendo.
I giorni passano in tranquilla semplicità. I contrabbandieri si stupiscono che il guardiano del passo sia divenuto tanto indifferente ai loro andirivieni. Il settimo giorno il vecchio consegna il manoscritto al soldato. I viaggiatori prendono congedo, ringraziano dell'ospitalità, il ragazzo aiuta il vecchio a risalire in groppa. al bue e si rimettono in cammino. Scompaiono in lontananza sul sentiero tortuoso.

domenica 17 agosto 2014

La Compagnia degli Amici

Ritratto di George Fox, fondatore
della società degli amici
I membri della Società degli Amici, chiamati volgarmente Quaccheri, costituiscono una forma di Cristianesimo minoritaria, ma estremamente "nobile" e nobilitante per i praticante, riconoscendo nell'uomo, in ogni uomo, una luce divina, un seme che può crescere ed illuminarlo nell'intimo.
I Quaccheri praticano il silenzio (il Santo Silenzio) come forma di culto, e cercano innanzitutto di essere persone di pace sull'esempio di Gesù. I loro valori sono la sincerità e la schiettezza, cercando la verità in tutte le cose.
La pratica del silenzio è importante perché aiuta a riconoscere questa verità e a portarla alla coscienza.

Li ho conosciuti ascoltando un capitolo dell'audiolibro "La saggezza di Abdul Bahà" dov'egli parla della Compagnia degli amici.

Riporto le tre puntate della trasmissione radiofonica "Uomini e Profeti" dove Pier Cesare Bori (personaggio molto illuminato) parla dei quaccheri.

  • Il movimento dei Quaccheri, il pensiero del suo fondatore George Fox (1624-1691, la dottrina della "luce interiore", il pacifismo: ne parliamo con Pier Cesare Bori in una nuova serie delle "Letture" di Uomini e Profeti.
    download
  • 2a puntata 'Il paese della libertà' 03-05-2009
  • Esploriamo in questa serie, guidati da Pier Cesare Bori, la storia della Società degli Amici, la comunità religiosa nata in Inghilterra intorno alla meta del Seicento, una chiesa che prende il nome dal capitolo quindici del Vangelo di Giovanni, dove Gesù dice "non vi chiamerò più servi ma amici" e dice anche "non c'è cosa più bella che dare la vita per i propri amici". Chiamati quaccheri con un termine spregiativo, i seguaci di George Fox hanno avuto un percorso che arriva fino ad oggi e che si è sviluppato particolarmente negli Stati Uniti d'America, dove fu costituito uno stato quacchero, la Pennsylvania, dal nome del suo fondatore William Penn.
  • La responsabilità sociale e la preghiera, l'educazione dei giovani, il ruolo delle donne, il pensiero sulla pace nella tradizione quacchera. Ne parliamo nell'ultima puntata di questa serie con Pier Cesare Bori, analizzando anche come si è ridefinito oggi nel mondo il movimento dei quaccheri.
Buon Ascolto!


PS1: Oltre all'avvincente spiritualità, è molto interessante la riflessione di Pier Cesare sull'istituzione di uno stato Quacchero negli Stati Uniti d'America, e sulla differenza tra il rapporto tra religione e stato in Europa ed America. Quella riflessione mi ha portato a definire un ragionamento riguardo agli stati nazionali e alle teocrazie, ovvero che lo stato moderno laico è nato anche perché le religioni come si presentavano nel 20° secolo erano incapaci di incarnare dei valori universali. Ma al pari degli organismi religiosi, il valore di una struttura statale si misura nella sua capacità di implementare quei valori importanti per il benessere dei popoli.
E' necessario che uno stato esprima valori spirituali per essere legittimanto nel suo agire, perciò uno stato deve esprimere valori spirituali, altrimenti ad esso è logicamente preferibile una teocrazia che li implementi.
Questo pensiero dovrebbe far inorridire gli illuministi, ma l'esperienza quacchera sembra mostrare che la distinzione "stato laico" e "teocrazia" potrebbe venir superata dal concetto di stato basato sulla verità e sulla giustizia (magari anche fraternità e libertà). Alcuni pensano che una verità non esista o non possa essere identificata, ma altri sanno che la verità esiste ed è trovata da chi la cerca liberamente e senza preconcetti. Si potrebbe anche dire che la democrazia, osservata da una prospettiva spirituale, esprime esattamente la ricerca di questi valori da parte del popolo. Oppure che la democrazia è lo strumento necessario al popolo per poter ricercare ed esprimere questi "sacri" valori.

PS2: I podcast non sono più reperibili sul sito della trasmissione, ma per fortuna sono riuscito a scaricarli da un altro sito http://podcasthall.forumcommunity.net/  W La FreEconomy!!

giovedì 23 gennaio 2014

Sui diritti sessuali dei giovani

Wilhelm Reich è stato un precursore e una persona con atteggiamenti ed idee veramente rivoluzionarie. Non per niente è morto in carcere, perseguitato come molti grandi. Ha scritto libri come "Psicologia di massa del fascismo" e "L'assassinio di Cristo", che solleticano la fantasia, e lasciano presumere che abbia delle cose molto interessanti da dire, a chi vuole vederci chiaro nella confusione psicosociale nella quale ci troviamo.

Pubblico qui un capitolo del suo libro "Bambini del futuro", per massimizzare la diffusione di questo testo che io personalmente ho trovato molto illuminante, con l'invito di comprare una copia del libro nel caso vogliate approfondire il pensiero di Reich.
Il valore di questo testo, a mio parere, è quello di riuscire a mettersi in un punto di equilibrio tra le posizioni puritane da una parte e quelle materialistiche dall'altra, che sembrano governare i ragionamenti sulla corretta condotta sessuale che si sentono in giro. La libertà, anche sessuale, va associata ad un senso di responsabilità che va costruito nel tempo e che permette la migliore espressione delle doti personali. Questo testo è uno dei pochi che ho letto che aiuta il cercatore a costruirsi questo senso di responsabilità.

Buona lettura ( e buona diffusione :)

L'amore, il lavoro e la conoscenza sono le basi della nostra vita. Dovrebbero anche governarla (Wilhelm Reich)




martedì 25 giugno 2013

Unità delle religioni

Sta diventando sempre più palese che le divisioni religiose rappresentano le vestigia di un'era che sta finendo. E' però interessante che, se si esaminano i detti dei "maestri", questo sentire è comune a molti di loro, trasversalmente all'epoca nel quale sono vissuti.
Come il sole e la luna e il cielo e la terra e il mare sono di tutti, così pure le religioni e i modi di chiamare le divinità variano da popolo a popolo a seconda delle singole tradizioni, però tutti si riferiscono a una sola ragione prima, quella che ha dato origine a questo mondo, e a una sola provvidenza che lo dirige. Plutarco
Alcuni dicono che questo sentimento di unione è prerogativa dei mistici, ma allora è auspicabile che diventiamo tutti mistici, e in fretta.

giovedì 30 dicembre 2010

Narrazione e Senso

Raccontando noi diamo senso alla realtà.
La Realtà è una, ma il senso che ne diamo è una manifestazione del nostro libero arbitrio.

Il dare senso alla Realtà è una grande libertà e potere dell’essere umano. Nel modo in cui noi (ci) raccontiamo le cose della nostra vita, la nostra vita acquisisce un senso.
Noi reinterpretiamo la nostra vita, riflettendo su di essa, valutando le passate esperienze alla luce delle nuove esperienze.


Dando senso alla realtà noi possiamo ricostruire il senso della nostra vita, e in base alla nostra vita diamo, spesso inconsapevolmente, senso alla realtà.


La società di dà un senso precostituito (cultura), noi siamo liberi di accettare o ricostruire questo senso. Il senso migliore vince e diventa, prima o poi, il senso (cultura) dominante.


Nella costruzione del senso la sincerità è importante, non è sufficiente “raccontarcela” per dare senso alla realtà, è necessario che siamo sinceri, perché mentendo solo una parte di noi viene coinvolta nel senso che stiamo dando, mentre nella sincerità è coinvolta la nostra totalità. Non si finisce mai di imparare la sincerità, ma se la coltiviamo con coraggio, il senso che diamo alla realtà diventa migliore, approssimandosi sempre più all’Assoluto.


(approfondimento tecnico sul rapporto tra esperienza, rappresentazione e cultura)

lunedì 21 dicembre 2009

La rivincita delle orchidee

tratto da Internazionale n° 823

Puoi leggere/scaricare il PDF di questo articolo su Scribd o su Mediafire


La rivincita delle orchidee

David Dobbs, The Atlantic, Stati Uniti

La maggior parte delle persone ha dei geni che aiutano ad adattarsi a ogni situazione. Altre sono fragili e instabili, ma nell'ambiente giusto riescono meglio di tutti. Lo sostiene una nuova teoria genetica.

Nel 2004 Marian Bakermans-Kranenburg, docente di studi sull'infanzia e la famiglia all'università olandese di Leida, ha filmato la vita di un gruppo di famiglie con bambini di età compresa tra uno e tre anni che avevano un comportamento antagonista, aggressivo, non collaborativo e irritante. Un comportamento che gli psicologi chiamano esternalizzazione: i bambini piangono, urlano, picchiano, fanno capricci, lanciano oggetti e respingono ostinatamente qualsiasi richiesta ragionevole. Un atteggiamento abbastanza normale a quell'età. Ma, secondo alcune ricerche, i bambini che lo fanno troppo spesso rischiano in seguito di essere stressati e confusi, di avere difficoltà nell'apprendimento e nei rapporti con i compagni e di diventare adulti asociali e aggressivi.
Bakermans-Kranenburg e i suoi colleghi avevano selezionato 2.408 bambini, chiedendo ai genitori di compilare un questionario. Poi si erano concentrati sul 25 per cento di bambini che, secondo le risposte date dai genitori nel questionario, si abbandonavano più spesso all'esternalizzazione. La ricercatrice voleva modificare il loro comportamento. Seguendo un protocollo studiato dal suo laboratorio, Bakermans-Kranenburg e i suoi collaboratori dovevano visitare 120 famiglie per sei volte nell'arco di otto mesi. Bisognava filmare la madre e il bambino nelle loro attività quotidiane, alcune delle quali richiedevano obbedienza o collaborazione, e poi scegliere le parti più significative del filmato e mostrarle alle madri. Accanto a questo gruppo, ne avevano formato uno di controllo formato da bambini con caratteristiche simili, ma che non ricevevano le stesse attenzioni.
Gli interventi hanno funzionato. Vedendo i filmati, le mamme hanno imparato a cogliere degli indizi che fino a quel momento non avevano notato e a reagire in modo diverso a certe situazioni. Molte di loro, per esempio, avevano accettato senza troppa convinzione di leggere un libro illustrato ai loro bambini irrequieti, pensando che non sarebbero mai rimasti buoni ad ascoltare. Ma secondo Bakermans-Kranenburg, quando le madri guardavano il filmato "si accorgevano con sorpresa che quell'attività piaceva molto ai bambini e anche a loro". Quasi tutte hanno cominciato a leggere libri ai figli regolarmente creando, come ha spiegato Bakermans-Kranenburg, "dei momenti di tranquillità che avevano sempre ritenuto impossibili". Anche il comportamento dei bambini è cambiato. Dopo un anno le esternalizzazioni erano diminuite del 16 per cento, mentre nel gruppo di controllo L miglioramento era stato solo del 10 per cento. La reazione delle madri, inoltre, era diventata più positiva e costruttiva.

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